FALLIMENTO PEC

Roma -

Comunicato n. 23/12

Circa tre anni e mezzo or sono l’adozione della neo Posta Elettronica Certificata (o PEC) veniva salutata, dentro e fuori l’Istituto, come la panacea di ogni male.

Lo strumento, decisamente innovativo, permette infatti di dare a un messaggio di posta elettronica lo stesso valore legale di una raccomandata con avviso di ricevimento, garantendo in questo modo l’impossibilità del rifiuto con l’indubbio vantaggio che la ricevuta di consegna contiene pure il messaggio, gli eventuali allegati e le identità del mittente e del destinatario di PEC, anch’essi certificati.

Fin qui le apparentemente lodevoli intenzioni dell’ex ministro contro la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, che si autodesignava fautore di questa vera e propria rivoluzione informatica, propugnando il suo carattere di economicità.

A ruota l’ex commissario oggi presidente futuro manager dell’Istituto si affrettò a decantare la necessità di sostenere l’avveniristico e indispensabile progetto. In realtà gli svantaggi della PEC, dei quali in precedenza non si è voluto tenere conto data la propaganda, appaiono ora evidenti e si possono così riassumere:       

  • la tecnologia PEC, a differenza delle altre tecniche con firma digitale e di tracciamento della consegna, NON è riconosciuta a livello internazionale;       
  • la data di notifica del file depositato coincide poi con la data del deposito e questo produce taluni scompensi con inevitabili disservizi;       
  • il file depositato sulla casella PEC potrebbe comunque essere cancellato, comportando gravi danni per il destinatario.

A ciò aggiungasi che la spesa inizialmente prevista per il suo funzionamento è incredibilmente lievitata negli anni, con buona pace dei sostenitori il risparmio.

I dubbi e le perplessità, da noi sollevati all’epoca in beata solitudine, sono stati di recente suffragati dalla relazione che l’Istituto superiore delle comunicazioni e tecnologie dell’informazione ha inviato al Ministero dello sviluppo economico.

Da essa risulta in maniera inequivocabile che il sistema della PEC a suo tempo adottato funziona in parte solo in Italia, ma in realtà è inutile e troppo costosa.

Esistono infatti collaudati sistemi alternativi con le medesime garanzie, che non implicano necessariamente la creazione di alcuna gestione centralizzata per la sicurezza (dunque meno pesanti e farraginosi) ma soprattutto che dialogano in rete senza problemi di sorta anche a livello internazionale.

Il fatto poi che l’ultimo sistema elaborato in tal senso sia praticamente a costo zero (vedi allegato IETF) taglia la testa al toro: la PEC così concepita, rilanciata dall’ex ministro contro la Pubblica Amministrazione, non funziona e non serve.

In compenso, produce spese iperboliche, giusto per restare in tema di spending review, che i cosiddetti “tecnici” del nuovo governo potrebbero anche cassare. Anche per evitare il nuovo possibile contenzioso relativo alla conservazione per 30 mesi delle ricevute che includono messaggio e allegati. La normativa, infatti, non prevede che fine faccia tutta la corrispondenza PEC dopo questo periodo.

Con le migliaia e migliaia di mail che tempestano quotidianamente le varie sedi, senza gli opportuni controlli e i relativi accorgimenti, rischiamo anche nel Lazio di essere affogati in un mare di posta soltanto per rincorrere l’ennesima idiozia.

 

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