Sicurezza sul lavoro: il governo costruisce lo scudo per le imprese
Mentre i lavoratori continuano a morire, diventa più difficile accertare le responsabilità aziendali
Il Governo sceglie ancora una volta da che parte stare. E non è quella di chi ogni giorno entra in fabbrica, in un cantiere, in un deposito, su un autobus, su un treno o lungo una linea ferroviaria senza sapere se tornerà a casa.
Con il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri sulla responsabilità delle imprese, l’esecutivo interviene sul decreto legislativo 231 del 2001 rendendo più difficile dimostrare la responsabilità aziendale per i reati commessi nell’interesse o a vantaggio dell’impresa.
Non basterà più accertare che l’azienda abbia tratto un beneficio dall’illecito. L’accusa dovrà individuare e dimostrare anche la specifica carenza del modello organizzativo adottato dall’impresa.
Una scelta tutt’altro che neutrale.
In un sistema produttivo fondato sempre più su appalti, subappalti, esternalizzazioni e catene societarie nelle quali responsabilità e controlli vengono continuamente frammentati, aumentare gli oneri a carico di chi indaga significa offrire nuove vie d’uscita alle imprese committenti e ai grandi gruppi economici.
Il rischio è che l’adozione formale di procedure, protocolli e modelli organizzativi diventi uno scudo dietro cui nascondere ciò che avviene realmente nei luoghi di lavoro.
Un modello può essere perfetto sulla carta e completamente disatteso nella pratica. Può prevedere controlli che nessuno effettua, procedure che nessuno rispetta e sistemi di vigilanza incapaci di impedire turni insostenibili, formazione insufficiente, manutenzioni rinviate, lavoro nero, sfruttamento e violazioni delle norme di sicurezza.
Ancora più grave è che i modelli costruiti sulla base delle linee guida elaborate dalle stesse associazioni imprenditoriali possano essere considerati, in partenza, adeguati. In questo modo, il controllato rischia di diventare anche colui che stabilisce i criteri attraverso i quali valutare l’efficacia del controllo.
A completare il quadro vi è la possibilità per l’impresa di evitare la condanna modificando successivamente il proprio modello organizzativo, riparando le conseguenze dell’illecito e restituendo il profitto ottenuto.
La prevenzione rischia così di essere sostituita dalla riparazione successiva: prima si risparmia sulla sicurezza, si riducono i controlli o si chiudono gli occhi lungo la catena degli appalti; poi, quando il sistema viene scoperto, si correggono le carte e si restituisce quanto indebitamente guadagnato.
Ma una vita spezzata non si restituisce. Un lavoratore mutilato non può essere risarcito con l’aggiornamento tardivo di un protocollo aziendale. Una strage non può essere cancellata approvando, dopo i fatti, un nuovo modello organizzativo.
Le tragedie di Brandizzo, del cantiere Esselunga di Firenze e le tante morti quotidiane nei luoghi di lavoro dimostrano che il problema italiano non è un eccesso di responsabilità delle imprese, ma l’insufficienza dei controlli, la debolezza delle sanzioni e un’organizzazione del lavoro che subordina sistematicamente la sicurezza ai tempi, ai costi e al profitto.
Non siamo di fronte a una riforma tecnica. Siamo davanti a una precisa scelta politica, rivendicata apertamente dal Governo come risposta alle richieste di Confindustria.
Prima vengono le esigenze di chi produce profitto. Dopo, molto dopo, la vita e la salute di chi quel profitto lo rende possibile con il proprio lavoro.
USB ritiene inaccettabile qualsiasi intervento che possa indebolire la responsabilità delle imprese committenti e appaltatrici nei casi di infortuni, sfruttamento, caporalato, evasione contributiva e violazione delle norme poste a tutela dei lavoratori.
Chiediamo che il Parlamento respinga ogni forma di scudo e rafforzi, al contrario, la responsabilità lungo tutta la catena degli appalti, i poteri degli organi ispettivi, le strutture pubbliche di controllo e le tutele per i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza.
La sicurezza non è un adempimento burocratico e non può essere affidata all’autocertificazione delle imprese.
Chi decide l’organizzazione del lavoro, impone i tempi, controlla gli appalti e incassa i profitti deve rispondere pienamente anche delle conseguenze delle proprie scelte.
Coordinamento Nazionale USB Lavoro Privato, settore TPL