Strage di lavoratori e ambiente devastato. Se questo è un modello di produzione...

Roma -

 

Si muore investiti dai mezzi all’interno dell’azienda - Si muore stritolati da una pressa.

 

Si muore di protezioni, contratto e tutele - Si muore travolti dal vento su una Gru fatiscente – Si muore pedalando nel traffico per consegnare la merce - Si muore in quattro, avvinghiati, soffocati e seppelliti dai liquami – Si muore mentre si spegne un incendio senza copertura INAIL- Sì muore sui campi, sulle piste dell’aeroporto e nei capannoni, stroncati dal caldo - Si muore in quattordici stipati in un furgone- Si muore uccisi dallo strozzinaggio della Catena Agroalimentare e della Grande distribuzione- Si muore dei veleni dentro e fuori delle fabbriche.

 

Il 26 giugno l’INAIL ha pubblicato i dati del primo semestre 2019, da cui risulta che sono 599 i lavoratori uccisi dall’inizio dell’anno, di cui 432 durante l’orario di lavoro e 167 in itinere, con un aumento del 2% complessivo, rispetto allo stesso periodo del 2018. Il dato dei 432 lavoratori uccisi in occasione di lavoro da solo registra un’escalation del 4,3%, mentre schizza al +16,5 % in occasione di lavoro con mezzo di trasporto. Nel commercio, il 30% degli infortuni avviene in itinere, cioè nel tragitto di andata e ritorno tra casa e lavoro. Orari spezzati, flessibilità e mancati riposi influiscono sulla capacità di concentrazione.

 

La Lombardia, il Lazio, il Piemonte e la Campania sono le regioni con il maggior numero di lavoratori uccisi, ma se mettiamo le percentuali in relazione al numero degli occupati, ai primi posti salgono il Molise, la Basilicata, il Veneto e l’Abruzzo.

 

Con lo stesso criterio il nord ha il più alto numero di lavoratori assassinati, ma se lo confrontiamo al numero degli occupati, è il tessuto produttivo del centro sud ad avere il primato, mentre Roma con i suoi trentuno morti si conferma capitale e fabbrica diffusa.

 

L’INAIL dichiara che tra i morti ammazzati dal profitto, ben153 sono ascrivibili a un settore economico non determinato, mentre 169 erano addetti all’industria, ai trasporti e alle costruzioni. Ritmi di lavoro incessanti che si accompagnano all’utilizzo di luoghi di lavoro privi delle necessarie protezioni e tutele.

 

L’allungamento dell’età lavorativa e la precarietà, stanno producendo effetti drammatici, sui lavoratori ultracinquantenni che più esposti nelle mansioni pericolose sono il 48% dei morti sul lavoro.

 

Numeri che non tengono conto dell’esercito di lavoratori al nero aumentato del 14%, i cui infortuni non sono denunciati, cosicché un numero consistente di infortuni, morti e malattie professionali, scompare dalle statistiche.

 

Secondo quanto riporta l’Osservatorio morti sul lavoro di Bologna, i lavoratori uccisi sono 1034 dall’inizio dell’anno e non 599 come riportato dall’Inail.

 

 

Nonostante questa drammatica escalation, determinata dall’aumento della precarietà e dal costante ribasso dei costi, nei primi sei mesi dell’anno, c’è stata una diminuzione del 9% delle ispezioni da parte dell’INAIL. Un dato cui corrisponde un aumento del tasso d’irregolarità delle imprese, che nel periodo di riferimento, è salito dal 69% al 72%. Nonostante l’USB abbia più volte denunciato e richiesto interventi fattivi, il sistema politico istituzionale non ha nessuna intenzione di intervenire sullo strozzinaggio operato dalla Filiera Agro-alimentare e della Grande Distribuzione, preferendo colpire forme di caporalato minore, dove, infatti, le denunce sono triplicate.

 

Anche quando sulla carta questi diritti esistono, le continue minacce del mancato rinnovo contrattuale o del licenziamento, ancor più utilizzate dopo la cancellazione dell’articolo 18, impediscono ai lavoratori di denunciare eventuali abusi o mancanze.

 

Secondo l’Osha, l’agenzia europea per la salute e sicurezza nel lavoro, l’uso di più contratti precari e il ricorso agli appalti incidono negativamente sulla sicurezza.

 

La responsabilità è di un’intera classe politica che ha sposato gli interessi delle imprese e ha operato e continua a operare tagli alle strutture di prevenzione e controllo di Sanità, INPS e INAIL.

 

Le mancanze da sempre denunciate dall’USB, e mai colmate, dei servizi ispettivi, vedono Ispettorato e Asl costretti ad agire sul territorio con sempre meno personale e risorse. La risposta della classe politica è stato il taglio di 410 milioni nel triennio 2019-21. Con queste scelte politiche e con i tagli imposti alla spesa pubblica dall’UE, le risorse sono tali che le ASL e le Regioni si sono date l’obiettivo effettuare una media annua di controlli fra il 3 e il 5%, in pratica un’azienda rischia di ricevere un controllo ogni 20 anni.

 

Il risultato è di lasciare campo libero allo sfruttamento e alle devastazioni ambientali.

 

E’ in questo quadro drammatico, che Confindustria, CGIL, CISL e UIL attraverso il Patto della Fabbrica sulla Salute e Sicurezza rivendicano l’intenzione di mettere le mani sul sistema assicurativo dell’INAIL, un tesoro che nonostante le riduzioni dei premi assicurativi pagati dalle aziende, oggi vale poco meno di 30 miliardi.

 

Il campeggio organizzato a S. Vito Chietino, nel primo week end di settembre, è stato l’occasione per discutere sull’intervento e sulla formazione dei nostri militanti sulla sicurezza, la salute dei lavoratori e dell’ambiente. Dal mese di maggio, infatti, una serie d’iniziative di presentazione del progetto Lavoro in Sicurezza, hanno visto momenti formativi e specifici incontri, a sostegno delle vertenze nei diversi settori del lavoro privato.

 

Lo scopo è dare un sostegno di carattere tecnico a delegati e lavoratori, ma anche di ridare coscienza dei propri diritti attraverso una formazione di carattere politico e sindacale. Le aziende, infatti, sono ulteriormente tutelate, da un’impostazione della sicurezza, che è disgiunto dal conflitto capitale lavoro e relegata ai tecnicismi e alla burocrazia degli “esperti” aziendali.

 

Affrontare il tema della sicurezza nelle aziende significa trattare di organizzazione del lavoro, di ritmi, di orari, di risorse, di appalti, di diritti sindacali, di agibilità sindacali, di tutele e d’investimenti sulla prevenzione. A livello più complessivo la sicurezza ci coinvolge direttamente nelle rivendicazioni che hanno interesse generale, come il rilancio della spesa pubblica, maggiori risorse per gli organi di controllo e prevenzione, l’abolizione della Fornero, il diritto alla copertura assicurativa per tutti i lavoratori, precari o meno che essi siano.

 

C’è un nesso tra la sicurezza, la salute nei posti di lavoro e questione ambientale, ed è tutto interno alla contraddizione tra capitale, natura e lavoro. Infortuni e malattie professionali non sono frutto di una tragica casualità ma la diretta conseguenza di scelte aziendali che mettono il profitto davanti alla vita, alla salute di lavoratori e d’interi territori, come accade oggi alle acciaierie di Taranto, solo per fare un esempio.

 

Questo modo di produzione basato sullo sfruttamento dei lavoratori e della natura, non è sostenibile, è sempre più necessario impegnarsi per un modello di produzione e sviluppo solidale, in equilibrio con l’uomo e l’ecosistema .

 

Per questo, l’USB ha dato un’adesione convinta alla mobilitazione internazionale del 27 settembre indetta dal movimento Freedom For Future e ha promosso lo sciopero generale in difesa dell’ambiente (Climate Strike).

 

 

 

Roma 20/9/2019

 

 

 

Gruppo Lavoro in Sicurezza USB Lavoro Privato

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