USB Cinema: basta far west su orari, sicurezza e diritti. USB diffida le associazioni datoriali e le produzioni

Roma -

Da troppo tempo nel settore della produzione cinematografica e audiovisiva si consuma una sistematica violazione delle norme sull’orario di lavoro, in un quadro reso ancora più grave dal mancato rinnovo del CCNL fermo al 1999. Una situazione non più tollerabile che ha aperto la strada a una vera e propria zona franca dei diritti.

Nel silenzio colpevole delle Associazioni Datoriali e nell’inerzia delle Organizzazioni Sindacali CGIL CISL e UIL firmatarie di quel contratto ormai obsoleto, le produzioni italiane e, soprattutto, internazionali hanno progressivamente imposto modelli organizzativi arbitrari, estranei alla contrattazione nazionale e incompatibili con la normativa italiana ed europea.

Parliamo di turnazioni divenute prassi: 10 ore continuative, formule “10+1” e straordinari imposti a fine turno per chiudere le lavorazioni, spesso senza il rispetto delle pause e con una gestione del tempo di lavoro piegata esclusivamente alle esigenze produttive.

Non è flessibilità.     
È anarchia contrattuale funzionale al profitto.

Il D.Lgs. 66/2003, che recepisce la disciplina europea in materia di organizzazione dell’orario di lavoro, stabilisce principi inderogabili: orario normale di 40 ore settimanali, limite medio massimo di 48 ore comprese le prestazioni straordinarie e obbligo di riposi giornalieri e settimanali.

Il problema è politico e sindacale prima ancora che giuridico: il mancato aggiornamento del CCNL ha consentito alle produzioni di “brutalizzare” la questione dell’orario, costruendo modelli di lavoro inventati, spesso giustificati dalla presenza di un regista straniero, di un direttore della fotografia internazionale o da presunte esigenze di standard esteri.

USB respinge con forza questa impostazione. La presenza di personale straniero non sospende la legge italiana. Chi produce in Italia deve rispettare le norme italiane ed europee, senza eccezioni, senza scorciatoie, senza dumping contrattuale.

Ancora più grave è il meccanismo con cui alcune produzioni internazionali “comprano” il consenso al peggioramento delle condizioni di lavoro attraverso compensi più elevati, trasformando la maggiore paga in una moneta di scambio per normalizzare turni abnormi, stress, affaticamento e compressione dei tempi di recupero psicofisico.

È un modello pericoloso che scarica il costo dell’efficienza sulla salute delle troupe.

Il mancato rispetto dell’orario di lavoro produce infatti ricadute dirette su salute e sicurezza, aumentando in modo esponenziale il rischio di infortuni, errori operativi, incidenti nei trasporti, uso improprio di attrezzature, calo della soglia di attenzione e stress lavoro-correlato.

Nel settore audiovisivo, dove si opera con mezzi tecnici complessi, movimentazione di materiali, mezzi di scena, lavoro in quota, elettricità, trasferimenti e ritmi serrati, tutto questo significa mettere a rischio l’incolumità di lavoratrici e lavoratori in nome del risparmio esasperato sui costi di produzione.

USB dichiara chiusa la stagione della tolleranza. Diffidiamo formalmente ANICA e tutte le imprese di produzione associate al rigoroso rispetto delle disposizioni di legge in materia di orario di lavoro, riposi, salute e sicurezza.

Per questa ragione preannunciamo che, al ripetersi di ulteriori sforamenti o in presenza di nuove segnalazioni documentate, USB procederà senza alcun preavviso a investire gli Organi di vigilanza competenti, riservandosi contestualmente l’avvio di uno stato di agitazione del comparto, mobilitazioni sui set e scioperi delle troupe e dei reparti;

Non saranno più i lavoratori a pagare sulla propria pelle il prezzo di 26 anni di vuoto contrattuale, complicità e assenza di controlli.

Nel Cinema e nell’Audiovisivo servono diritti, regole certe, tempi di lavoro umani e sicurezza reale.

Basta Far West nei set. La legge si applica anche sotto i riflettori.

 

Roma, 02.04.2026     



USB Lavoro Privato
Coordinamento Cinema e Audiovisivo